RAPITO DAL VENTO DEL CONDOR


I passi di Elio verso le ardite altezze delle vette patagoniche non potevano partire che dal tintinnio delle gocce della vecchia fontana di casa. Come un battesimo, là, dove la stradina sotto portici sfila gli ultimi agglomerati, la via obbligata conduce verso la Val D’Ambièz, sotto un anfiteatro di cime che Elio, non appena cresciuto un po’, non poteva fare a meno di salire, una per una, lungo creste e pareti.
Non si contano le ripetizioni e le aperture di vie nel Gruppo del Brenta, come pure le salite sulle Dolomiti e le Alpi Occidentali, ma quello che di lui impressiona sono le molte vie aperte durante le sue numerose ascensioni sulle grandi pareti in giro per il mondo, ed in particolare in Patagonia dove è tra i maggiori esponenti dell’alpinismo internazionale.


Chi ti ha fatto nascere la passione per la montagna?Sono figlio di un contadino di montagna e nella mia adolescenza le estati si passavano lavorando nelle malghe e nelle baite per il fieno. La fatica della montagna mi è sempre rimasta dentro e credo mi abbia anche molto aiutato a formarmi fisicamente e predispormi all’alpinismo. Per una famiglia come la mia toccata duramente dalla sorte, la sostanza delle cose semplici era l’unica certezza di sopravvivenza, una certezza fatta di duro lavoro, di molte rinunce, di fatiche e sudore e di sobria ma dignitosa povertà: non c’era proprio spazio per le futilità. Ricordo le mie prime scalate con mio padre su e giù per i ripidi sentieri, le cenge per recuperare anche quel po’ di fieno caduto dalla teleferica, le balze rocciose che portavano ai masi per la fienagione ed agli alpeggi per accompagnare al pascolo le nostre bestie che, in quegli anni, erano la nostra unica fonte di sostentamento. Tra le tante cose ricordo soprattutto le lunghe scarpinate fatte anche di brevi prime emozionanti scalate su alcune cime della Val d’Ambiez.

Quali sono stati i tuoi primi maestri?

Inizialmente non ho mai avuto un vero maestro in senso alpinistico o un preciso esempio di riferimento. Il nostro entusiasmo e poi la passione ci portava a ricercare le nostre emozioni autonomamente in gruppo con amici e talvolta anche da soli, individualmente. Tutto ci era nuovo e da apprendere direttamente a contatto con l’avventura sulla roccia. Ogni tanto si scambiavano impressioni e pareri con altri che s’incontravano su e giù per le pareti, cercando di captare tutto ciò che pareva riempire di conoscenza la nostra inesperienza.
Se posso però esporre una mia considerazione, uno dei primi grandi alpinisti che, tra altri, ho conosciuto inizialmente durante il mio percorso di formazione alla montagna, è stato Sergio Martini, del quale nutro ancora oggi grande ammirazione non solo come alpinista, ma soprattutto come esempio di uomo vero, bravura, sobrietà, equilibrio e modestia.


Perché così forte il richiamo della Patagonia?

I grandi spazi mi attraggono come pure mi affascina il senso di libertà e quel soffio d’indipendenza mentale che mi sento dentro quando vado per i monti o mi arrampico per le pareti, e l’ambiente della Patagonia mi ha subito affascinato, da quando ci sono stato la prima volta, per i suoi grandi spazi e le immensità che impongono rispetto e quasi soggezione, oltre che per l’essenziale estetica, la bellezza e l’imponenza delle montagne. E mi è tuttora improbabile rimanere insensibile a quel fascino verticale dagli orizzonti infiniti…


Il ricordo più bello del tuo andare nel vento?
Ancora adesso, quando chiama urlando il silenzio, mi piace rispondere ricercando semplicemente l’impresa della normalità, non troppo, non poco, ma la giusta maniera…
ed in Patagonia anche il silenzio sa urlare davvero, tanto che lo si confonde talvolta con il rumore del vento, ed il vento laggiù è una costante che domina quasi su tutto… anche dentro noi stessi, acuendo maggiormente quel senso di fragilità che poi è intrinseco della nostra natura umana… e anche se noi alpinisti o arrampicatori facciamo quel che facciamo cercando di esorcizzare questa nostra fragilità, talvolta cercando anche l’impossibile nel possibile, alla fine bisognerebbe non dimenticassimo mai che rimaniamo pur sempre fragili nel nostro modo di essere e di fare, nel nostro fisico e nella mente, di fronte alle immensità ed alla potenza delle grandezze naturali.



E le Dolomiti e le altre montagne?

Esiste sempre un profondo legame tra un uomo e la sua montagna che può generare quel sottile richiamo di predilezione reciproca che si manifesta negli spiriti più sensibili e tutti noi abbiamo un nostro luogo preferito, un posto segreto, una parete amica, un riferimento sicuro dove sia sufficiente anche solo immaginare di materializzare qualche nostro sogno verticale.
Nel mio caso da sempre mi ritengo molto fortunato di vivere ai piedi delle Dolomiti di Brenta ed è naturale che qui stanno le mie preferenze, però la sete di conoscenza mi ha portato, soprattutto nei primi anni di attività, a maturare molte altre varie esperienze sulle pareti dei vari gruppi dolomitici, delle alpi occidentali e centrali.


Come descriveresti il tuo alpinismo?
Esistono molti modi di esprimere la propria passione per l’arrampicata e l’alpinismo come esistono diversi alpinisti e tanti modi di fare alpinismo. Ricercare il nuovo nell’ignoto stimola la fantasia, apre la mente alla curiosità dell’incertezza, regala grandi sensazioni di libertà fisica e mentale. E’ solo una questione di scelta di espressione individuale, e personalmente, non avendo mai ritenuto l’alpinismo come attività principale della mia vita, prendo l’arrampicata e l’alpinismo come straordinario laboratorio di emozionanti esperienze positive e come insostituibile strumento di maturazione e ricchezza interiore.
Cosa cerchi di esprimere attraverso i tuoi film di montagna?
Le arti visive sono la delizia degli occhi e l’alimento della mente e dell’anima, e forse uno dei miei maggiori rammarichi è quello di non poter disporre di più tempo per dedicarmi a queste espressioni. Amo dipingere, scrivere, disegnare, scolpire, fotografare, e anche con questi film e le immagini video cerco di trasmettere le sensazioni che provo vivendo esperienze che spesso lasciano dentro un segno profondo, e magari comunicare anche le grandi emozioni che a volte è difficile esteriorizzare e condividere direttamente con gli altri, ma che riescono ad arricchire d’immenso ogni attimo di vita vissuto con vera passione.
Oggi, da alpinista maturo e affermato, cosa cerchi ancora, cosa trovi nella montagna che ti spinge ad andare?

L’alpinismo e l’arrampicata li concepisco tuttora come sinonimo di gioia, divertimento, serenità, leggerezza, spirito libero, indipendenza mentale, benessere fisico, condivisione di passioni, reciproco rispetto, amicizia; e tutto questo, guardandomi indietro, è quanto sono riuscito a vivere e realizzare fin d’ora… e spero di proseguire ancora così.
Per questo credo che la passione per la montagna serva a ritagliarsi uno spazio autonomo ed indipendente dentro noi stessi. Una specie di pezzo di cielo libero: libero dalle nubi della tendenza all’uniformità, dalla superficialità e banalizzazione moderna, dove si riesca a pensare ed agire in piena libertà senza costrizioni dirette, regole scritte o condizionamenti globali. Rimango convinto che la montagna può aprirci uno spazio riservato ed incondizionato: il segreto sta nel saperne raccogliere i favori ed i valori con umiltà e rispetto.

Estratto di intervista del 2010

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